Il libro/Mauro Castaldo in viaggio tra i suoni degli organi, grandi tesori di Partenope

Napoli si può scoprire in tanti modi e sempre si colgono due aspetti, la grandiosità e l’incuria. La nostra città è come se fosse impolverata e solo chi ha la padronanza della conoscenza ci può aiutare a scoprire grandi tesori, regalandoci nuovo stupore. E’ proprio questo che accade mentre leggi “Il giardino dei silenziosi” (Iuppiter edizioni, 10 euro), di Mauro Castaldo.
Il suono dell’organo ha accompagnato i momenti di preghiera di tanti fedeli e la presenza dello strumento in tante chiese ce lo dimostra. Il tour che ci propone l’autore parte dalla Cattedrale, il Duomo,dove ci sono ben cinque organi funzionanti, e proprio tra questi vi è forse l’organo più antico della città, risalente al 1649. Tanti sono funzionanti e continuano ad offrire le loro magiche sonorità, ma purtroppo nella sua ricognizione, Castaldo, ci porta a conoscenza di quanti organi invece sono ridotti al silenzio, sicché la bella espressione araba, “il giardino dei silenziosi”, usata per indicare i cimiteri, ben si presta a raccontarli.
Tante le chiese visitate dall’autore dove è presente lo strumento che per otto secoli ci ha tramandato l’antica arte della composizione. Ogni strumento che il Maestro Castaldo ci presenta è analizzato con attenzione, grazie alla sua profonda conoscenza, e ci consente di scoprire la grande tradizione organistica napoletana. E’, quello organario, un grande patrimonio immeritatamente ereditato in quanto poco conosciuto e per niente valorizzato, senza considerare peraltro che l’organo può essere anche occasione di lavoro, nell’editoria di musica antica, nell’attività di restauro e manutenzione degli strumenti antichi. C’era una volta nei pressi dell’Annunziata a Napoli via degli organari… così ci racconta l’autore a testimonianza di una tradizione antica e di eccellenza fatta di compositori, organari e organisti a caratterizzare una vera e propria scuola napoletana, nata nella metà del ‘500, periodo in cui Napoli si annoverava tra una delle capitali della musica.
Figura centrale nella cultura e arte musicale napoletana, caro a Castaldo, al punto di creare un’associazione che porta il suo nome, è Giovanni Maria Trabaci, con lui l’arte organistica napoletana raggiunge traguardi di altissimo valore musicale (di cui già abbiamo parlato su questo portale). La sede dell’associazione, di cui Mauro Castaldo è presidente e direttore artistico, è in via Duca di San Donato, nei pressi di piazza Mercato, zona peraltro, dove solo la Basilica del Carmine ha un organo funzionante mentre in ben altre quattro chiese gli organi sono ridotti al silenzio. Si vuole ignorare che questa eredità potrebbe trasformarsi in una risorsa culturale e turistica.
La Chiesa di Santa Chiara è stata per anni centro di attività organistiche di alto profilo che hanno visto ospiti concertisti di chiara fama mondiale in seguitissime manifestazioni quali festival e rassegne organistiche, quindi un pubblico di appassionati disposti a venire a Napoli c’è. Da dove ripartire? Da piazza Mercato, dove l’associazione Trabaci può operare con competenza e qualità. Bisogna far conoscere alle Istituzioni quanto ingegno e operosità siano capaci di mettere in campo le tante persone che vorrebbero portare la piazza e la zona circostante al centro di iniziative trainanti per la cultura cittadina.
A tal proposito è il caso di ricordare quanto seguito ha “Notte d’organo “ Festival organistico della Cattedrale, nato per la valorizzazione degli organi storici, gioielli del Duomo di Napoli. Quest’anno, nell’ambito della rassegna, si è esibito Sergio Orabona, napoletano diplomato in Organo e Composizione organistica con il massimo dei voti e la lode sotto la guida di Monsignor Vincenzo De Gregorio, colui che ha curato la prefazione del Giardino dei Silenziosi. Orabona fa parte dell’Associazione Organistica Trabaci. Tanti tasselli pronti per riportare all’antico splendore l’Organo che come dice Mauro Castaldo: « E’ come un pavone che si apre in tutta la sua bellezza, con quelle simboliche ascendenze e discendenze di canne, quasi una metafora della nostra esistenza».